Si chiama morte in utero o ‘stillbirths’ ed è un fenomeno che miete milioni di vittime al giorno in tutto il mondo. Lo rileva The Lanchet la rivista scientifica che già nel 2011 ha raccolto uno grossa mole di dati di uno studio svolto da 69 autori con dati provenienti da 18 Paesi e oltre 50 organizzazioni e che ritorna nel 2016 con una Serie di articoli sull’argomento per chiedere attenzione.

La morte in utero ha un’incidenza sulla popolazione globale pari a 2,6 milioni di famiglie coinvolte da una perdita che si rivela grave soprattutto per la donna. Sono soprattutto le fasce sociali più deboli ad essere colpite: il 98% di queste morti si verifica dopo la 22ma settimana di gestazione – o dopo la 28ma secondo la definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) – con una diffusione soprattutto nei Paesi a basso e medio sviluppo e, maggiormente, in aree rurali. Nigeria e Pakistan presentano il tasso più alto mentre Finlandia e Singapore quello più basso.

L’Italia non è estranea al fenomeno con circa 1600 bambini, quattro ogni giorno, morti nel 2015 prima di nascere, durante l’ultimo trimestre di gravidanza. Quattro famiglie al giorno – una ogni 350 in attesa – hanno dovuto affrontare l’evento tragico e improvviso. Frequentemente la morte in utero avviene durante il travaglio (prepartum) o il parto (intrapartum).

A livello mondiale il fatto più grave, come sottolinea lo studio di The Lancet, è che non esiste monitoraggio dello ‘stillbirths’ neppure presso quegli organismi delle Nazioni Unite che si occupano di salute di donne e bambini, o presso la stessa OMS.

Ma quali sono le cause e a cosa vogliono approdare le ricerche?

Sono 5 le principali cause cliniche individuate: complicanze del parto; infezioni della madre durante la gravidanza;  patologie della madre quali ipertensione e diabete; ritardo di crescita del feto; malattie congenite. Tutte ben note e per le quali come ha detto il direttore della rivista The Lancet  Richard Horton: “Non c’è bisogno di altri dieci anni di ricerca, di mettere a punto farmaci o vaccini: possiamo agire subito”.

E’ certo che la morte in utero potrebbe essere evitata nella quasi totalità dei casi con cure adeguate e prevenzione di qualità che salverebbero la vita di madri e neonati. Riduzione del rischio prima della gravidanza, assistenza prenatale, miglioramento delle condizioni nutrizionali sono alcuni tra i primi e basilari interventi in tal senso.

Le ricerche chiedono maggiore attenzione alla comunità internazionale con scelte e azioni programmatiche ben precise, tra cui una adeguata registrazione del fenomeno: “Ogni Paese – afferma già il rapporto 2011 – dovrà conoscere entro il 2020 la propria stima dei tassi di morte in utero e le relative cause”.

Una call for action portata avanti dalla rivista che mira a ridurre il costo umano di questa mancanza sanitaria globale perché: “Il silenzio attorno al fenomeno dello stillbirths è indicibile”

(Fonte: The Lancet)