Una delle più importanti sfide dell’umanità a livello globale oggi è quella della sostenibilità ambientale legata al nostro stile di vita.

Sappiamo bene e ce lo hanno spiegato a scuola che l’urbanizzazione, la transizione demografica da rurale a urbana, è associata al passaggio da un’economia basata sull’agricoltura a una economia di massa centrata sull’industria, sulle tecnologie e sui servizi. Per quanto ci riguarda abbiamo superato da qualche decennio la fase del cosiddetto ‘inurbamento’ avvenuto quando l’economia italiana viveva il ‘boom’ degli anni ’60. Allora non si pensava alle conseguenze che un afflusso in crescita verso la città avrebbe avuto sulla nostra vita e sul nostro ambiente.

Oggi per la prima volta in assoluto, la maggioranza della popolazione mondiale vive in città, e questa percentuale continua a crescere. Cento anni fa, 2 su 10 persone vivevano in un’area urbana. Ancora nel 1990, meno del 40% della popolazione mondiale viveva in una città, ma a partire dal 2010, più della metà di tutte le persone vivono in un’area urbana.

Entro il 2030, 6 su 10 persone vivranno in una città, e nel 2050, questa percentuale salirà a 7 persone su 10. Attualmente, circa la metà di tutti gli abitanti delle città vive in città con una popolazione tra 100.000-500.000 persone, e meno del 10% degli abitanti delle città vive in megalopoli (definiti da un habitat urbano con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti). Il culmine della crescita delle città è rappresentato dalle megalopoli, definite come le aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti. Il primo dato evidente è che il numero delle megalopoli cresce costantemente: erano otto nel 1970 e 27 nel 2010 (per complessivi 460 milioni di abitanti, pari al 6,7 per cento della popolazione mondiale) e saranno 37 entro il 2020.

Una delle conseguenze più importanti di questa  crescita esponenziale e inarrestabile è la produzione di rifiuti e il problema che si pone ovunque del loro smaltimento.

Infatti la quantità di rifiuti solidi urbani, uno dei più importanti sottoprodotti di uno stile di vita urbano, sta crescendo anche più velocemente del tasso di urbanizzazione. Dieci anni fa c’erano 2,9 miliardi di abitanti delle città che hanno generato circa 0,64 kg di rifiuti solidi urbani per persona al giorno (0,68 miliardi di tonnellate all’anno). Si stima che oggi tali numeri sono aumentati fino a circa 3 miliardi di residenti che generano 1,2 kg per persona al giorno (1,3 miliardi di tonnellate all’anno). Entro il 2025 probabilmente si passerà a 4,3 miliardi di residenti urbani che generano circa 1,42 kg / abitante / giorno di rifiuti solidi urbani (2,2 miliardi di tonnellate all’anno).
I rifiuti urbani, se raccolti impropriamente o non correttamente gestiti, sono destinati ad avere profonde ricadute negative sull’ambiente. Nei paesi a basso e medio reddito, i Rifiuti Solidi Urbani sono spesso scaricati in avvallamenti o in terreni adiacenti a baraccopoli, o spediti più o meno illegalmente in paesi emergenti (vedi la immensa discarica di RAEE di Accra). Le minacce ambientali includono la contaminazione delle acque sotterranee e delle acque di superficie da percolato, così come l’inquinamento atmosferico prodotto dalla combustione illegale di rifiuti.

Questa crescita delle città ha posto alcune delle sfide di sostenibilità ambientale più ardue, tanto da stimolare nuove discipline scientifiche dedicate espressamente allo studio dei flussi di energia e di materiali che coinvolgono le città, e che consentono di calcolare le emissioni di gas serra dalle città e l’efficienza delle risorse urbane.

Complessivamente, i flussi di materia ed energia variano notevolmente tra le diverse megalopoli, con differenze enormi tra la città più sprecona e quella più parsimoniosa in ciascuna categoria: New York, cui spettano diversi primati negativi, ha un consumo pro capite di energia 28 volte più elevato di quello della città indiana di Kolkata, un consumo d’acqua pro capite 23 volte più elevato di Giakarta, capitale dell’Indonesia, una produzione di rifiuti solidi 19 volte maggiore di Dacca, capitale del Bangladesh. Un’analisi più approfondita mostra che queste sperequazioni sono il frutto delle dinamiche complesse che hanno caratterizzato l’intensa urbanizzazione sul pianeta. Nel mondo ricco, le megalopoli, come New York o Los Angeles, sono anche città con alti indici di produttività, in cui lo sviluppo economico e sociale è arrivato a un livello elevato con un grosso consumo di energia e di materiali. In questi contesti, attualmente il problema principale è rendere più sostenibile l’impiego delle risorse per mitigare gli effetti ambientali.

Nei paesi in via di sviluppo, e in particolare nel Sud Est Asiatico, invece, una larga fascia della popolazione non ha un accesso a un livello minimo di risorse quali l’acqua potabile, l’elettricità, o di servizi quali una rete fognaria o una rimozione organizzata dei rifiuti. La priorità in questi casi è arrivare a uno standard di vivibilità in tutti i quartieri della megalopoli, anche se non mancano anche qui problemi di sostenibilità dell’impiego delle risorse: si calcola per esempio che in città come Buenos Aires o San Paolo, circa il 70 per cento dell’acqua potabile vada sprecato. Hong Kong produce quasi 14 mila tonnellate di rifiuti solidi al giorno.

Cosa si fa a livello dei decisori mondiali?

La XXI Iupac Chemrawn- Solid Urban Waste Management è la conferenza internazionale sulla gestione dei rifiuti solidi urbani, organizzata presso a Roma, Auditorium CNR, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR e da IUPAC CHEMRAWN Committee (Chemical Research Applied to World Needs)  quest’anno si è tenuta dal 6 all’8 Aprile ed è stata preceduta da una Training School on Emerging Biotechnologies for Solid Waste Management presso il Dipartimento di Chimica del’Università di Napoli “Federico II” da 4 al 5 Aprile.

I tre giorni di comunicazioni scientifiche, dibattiti e incontri hanno esplorato le nuove direzioni in tema di waste management, con l’obiettivo principale di trasformare i rifiuti in una risorsa utilizzabile dalla collettività.

Grande attenzione è stata riservata al contributo che la ricerca scientifica e tecnologica può – e deve – dare per promuovere un circuito virtuoso basato sul principio delle cosiddette “3R”, Reduce, Re-use, Recycle.  Tuttavia la XXI IUPAC CHEMRAWN Conference, oltre a rappresentare una grande opportunità di scambio interno al mondo scientifico, ha coinvolto attivamente anche istituzioni, organizzazioni, policy maker, aziende, ed esperti, in modo da creare un positivo confronto fra nuove tecnologie e modelli applicativi. Enti come Beijing Municipal Waste Department, Warsaw City Waste Management Department, CONAI, ENEA, AMA Roma e Associazioni come ATIA ISWA, Kyoto Club, Fondazione Sviluppo Sostenibile, Assobioplastiche, Legambiente si sono confrontate a partire da una relazione introduttiva del Prof. Paul Connett, fondatore di Rifiuti Zero e Presidente del Consiglio Scientifico del Comune di Capannori. La gestione dei rifiuti solidi urbani, del riciclo, del riutilizzo dei materiali e della produzione di energia dagli scarti, costituiscono alcune tra le sfide più importanti e globali per l’umanità, perché generano ricadute dirette nell’ambito della Salute e del Benessere pubblico, della sicurezza dei lavoratori, oltre che dell’economia verde.

L’evento ha avuto il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, il Ministero per lo Sviluppo Economico, il Ministero della Salute, la Commissione Europea e altri prestigiosi enti ed istituzioni, tra i quali Kyoto ClubATIA-ISWAFondazione Sviluppo SostenibileENEA e ha rappresentato un’occasione importante di visibilità e di valorizzazione della ricerca e delle reti di innovazione italiane: è infatti la prima volta che un evento del Comitato CHEMRAWN IUPAC, ha luogo in Italia.

“E’ stato raggiunto l’obiettivo di creare un dialogo aperto sul tema – ha detto il prof. Mario Malinconico responsabile per IUPAC Research, dell’ instituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali (Ipcb-Cnr) – dando spazio alle realtà locali, nazionali ed internazionali, condividendo le buone prassi e le soluzioni, affrontando insieme le problematiche più pressanti e mettendo a fattor comune le diverse esperienze, con delle chiare indicazioni sulla inutilità di nuovi inceneritori, che sottraggono risorse altrimenti importanti sia per i Paesi Europei, importatori di materie prime per fine chemicals, sia per i Paesi in via di sviluppo, Africa e Sud America in primis, dove con una accorta politica del disassemblaggio, il riciclo sta diventando una opportunità di lavoro per cooperative locali”

I topics scientifici della conferenza: energy from urban waste, material recycling, trasformacion and recovery, from organic waste to resource, education for sustainable waste management 

Al Convegno hanno preso parte circa 250 persone provenienti da: Italia, Kazakistan, Egitto, Etiopia, Georgia, Grecia, Arabia Saudita, Myanmar, Nepal, India, Cina, Serbia, Belgio, Gambia, Ghana, Kenya, USA, Finlandia, Svezia, Germania, Messico, Sud Africa, Francia, Spagna, Russia, Polonia, Norvegia, Canada, Tanzania, Algeria, Tunisia, Malaysia.

Il Convegno ha avuto un evento finale il giorno Sabato 9 Aprile in cui Sua Santità Papa Francesco ha incontrato una delegazione della Conferenza in Vaticano. L’attenzione di Papa Francesco alla difesa dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni più svantaggiate, spesso ricettacolo dei rifiuti tossici dei Paesi Industrializzati, è nota e contenuta nell’Enciclica “Laudato sì”. Nel corso dell’incontro Sua Santità si è soffermata con i delegati, complimentandosi per l’iniziativa e accettando in regalo un quadro del Prof. Luciano Morselli, chimico e Fondatore di Ecomondo, ispirato alla vicenda del piccolo siriano Ayal, morto sulla spiaggia turca di Bodrum mentre cercava rifugio in Europa

(Fonte: prof. Mario Malinconico Cnr Napoli; Foto: Cnr)