Sono passati trent’anni dal disastro della centrale nucleare di Chernobyl, nel nord dell’Ucraina. Era l’1:23  di notte del 26 aprile 1986 quando esplose il reattore numero quattro provocando una nube tossica che si propagò a distanza di chilometri, depositandosi per la maggior parte sul suolo della Bielorussia. In più di 100 mila, in un raggio di trenta chilometri dalla centrale, furono evacuati e sistemati in quartieri dormitorio situati nelle repubbliche sovietiche vicine.

L’incidente fu attribuito a negligenze del personale e a difetti del vetusto reattore Rbmk.

Da allora, i dati sul numero di morti e intossicati sono stati discordanti per la difficoltà di stabilire con certezza, negli anni, il rapporto causale con la fuoriuscita di materiale radioattivo. Di sicuro nelle settimane successive all’esplosione furono 31 i lavoratori della centrale e i pompieri uccisi dalle radiazioni.

Il rapporto conclusivo dei lavori del Chernobyl Forum di Vienna del 2003, sostiene che sia stato il tumore alla tiroide, causato dal fallout di iodio radioattivo, una delle conseguenze più importanti dell’incidente. Nel rapporto si legge “Le dosi assorbite nei primi mesi furono particolarmente alte nei bambini e in coloro che bevevano latte contenente alti livelli di iodio radioattivo. Fino al 2002 più di 4000 casi di tumore alla tiroide erano stati diagnosticati in questo gruppo di persone, ed è molto probabile che una gran parte di tali casi sia attribuibile all’assunzione di iodio radioattivo”.

Negli anni successivi all’esplosione, i liquidatori, 600.000 lavoratori incaricati di assicurare un ritorno alla normalità lavorando con turni di brevi periodi nell’area ‘calda’, ricevettero dosi di radiazione meno elevate dei primi intervenuti, ma comunque molto più alte rispetto ai livelli medi di radioattività naturale. A Chernobyl c’è un monumento che li onora, un gruppo di statue grigie di pompieri con un idrante in mano attorno a una stele e ad una croce; una targa recita: “A coloro che hanno salvato il mondo”.

I liquidatori si occuparono anche della costruzione di un sarcofago protettivo. Oggi quella copertura è danneggiata con rischio di nuove perdite radioattive; da anni, con lentezza, si sta lavorando alla produzione di una nuova struttura che dovrebbe essere completata entro il 2017.

Nel 2011 un altro grave incidente avvenne alla centrale nucleare di Fukushima in Giappone, dove furono danneggiati con fuoriuscita di materiale radioattivo quattro reattori in seguito a un terremoto e al conseguente maremoto.

Chernobyl e Fukushima fanno riflettere sulla difficoltà, se non impossibilità, di gestire e controllare le conseguenze di tali incidenti. In Italia, sempre nel 2011, un referendum abrogativo ha escluso l’adozione di una strategia energetica nazionale che preveda la produzione di energia elettrica nucleare, chiudendo di fatto le porte alla possibilità di costruire centrali nel nostro paese.

A trent’anni da Chernobyl, cinque milioni di persone, per lo più in condizioni di difficoltà economiche continuano a vivere in aree contaminate tra Bielorussia, Ucraina e Russia. “A un tratto ho cominciato ad avere dei dubbi. Cos’era meglio: ricordare o dimenticare? Ho sottoposto la questione ai miei conoscenti. Alcuni hanno dimenticato, altri non vogliono ricordare, perché tanto non possiamo nemmeno andarcene da qui…”, così considera amaramente Evgenij Aleksandrovic’ Brovkinil nel libro del 2007 Preghiera per Chernobyl del premio Nobel Svetlana Aleksievich.

Eliana Camporese

Foto: Stefan Krasowski