Eliana Camporese – Nel recente rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente “The direct and indirect impacts of EU policies on land” (maggio 2016) l’impatto ambientale del terreno utilizzato per la costruzione di nuove strade, case e reti energetiche, ovvero il consumo del suolo, nelle politiche dell’UE dovrebbe essere maggiormente e più attentamente valutato.

Nel rapporto viene stilata una rassegna degli impatti delle principali politiche comunitarie in materia di terreni in Europa, oltre ad essere presentati due casi studio in Spagna e Polonia.

L’impatto che hanno alcune politiche che riguardano la costruzione di strutture e infrastrutture si evidenzia sulla funzionalità naturale del suolo causando perdita di biodiversità, o direttamente il suo degrado che, invece, include fenomeni quali l’erosione e la perdita di materia organica che sono, a loro volta, causa di effetti a catena sugli ecosistemi, sulla produzione alimentare e sulla regolazione dell’acqua.

Lo studio evidenzia che le politiche sarebbero più efficaci se solo si volesse migliorare l’equilibrio fra l’attenzione all’ambiente e le altre priorità, e ciò potrebbe essere fatto semplicemente adottando deitargets in grado di regolamentare la domanda e l’offerta di terreni disponibili.

Secondo l’EEA sono tre i punti chiave su cui deve focalizzarsi l’Unione Europea, che si è prefissata entro il 2050 la cessazione del consumo di suolo:

  • la maggiore integrazione degli obiettivi per rallentare l’impermeabilizzazione del suolo, la frammentazione del paesaggio a causa di reti di trasporto, il degrado del territorio per agricoltura intensiva e produzione di biocarburanti;
  • l’inserimento della valutazione di impatto ambientale nelle future politiche europee;
  • la monetizzazione della perdita di servizi ecosistemici.

E in Italia?

Il XI Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano redatto dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente – SNPA nel 2015, in collaborazione con Enti e Istituti di livello nazionale, un capitolo è interamente riservato all’argomento suolo e territorio. Nello specifico vengono presi in esame, attraverso lo studio di materiale cartografico e l’analisi di numerosi indicatori, 85 Comuni italiani al fine di comprenderne il consumo della risorsa suolo.

Gli indicatori utilizzati sono tre:

  • percentuale di suolo consumato sul totale dell’area comunale,
  • ettari di superficie totale consumata,
  • suolo consumato procapite misurato in m2.

La stima dei Comuni con più alta percentuale di consumo del suolo risultano essere Torino, Napoli e Milano con valori rispettivamente del 57,6%, 57% e del 47,8%; quelli invece con valori più bassi sono l’Aquila 3,9%, Matera 4,1% e Viterbo 4,5%. Il dato medio si attesta intorno al 20%.

Le città toscane Firenze, Prato e Livorno si collocano sopra la media, mentre Pisa, Lucca, Pistoia e Arezzo al di sotto, con Arezzo che presenta il valore più basso del 6,8%.

Per quanto riguarda gli ettari di superficie totale consumata i valori più alti si riscontrano a Roma (oltre 26.000 ettari), Milano e Torino (oltre 7000); quelli più bassi sono registrati invece a Savona e Aosta con superficie di suolo consumato inferiore agli 800 ettari.

Il consumo pro-capite tiene conto invece della popolazione residente; i valori maggiori si hanno a Ragusa, Brindisi e Olbia, mentre grandi città come Milano, Napoli ed anche Firenze sono agli ultimi posti proprio in virtù dell’alta densità di popolazione presente. Il dato medio tra le 85 città analizzate si aggira attorno ai 200 m2 di consumo pro-capite.

La pianificazione urbanistica, e in particolare l’utilizzo della VAS – valutazione ambientale strategica – sono tra gli strumenti che le amministrazioni possono e devono adottare per far fronte al problema dell’uso indiscriminato del suolo. Nonostante dodici Regioni abbiano all’interno delle loro leggi urbanistiche un esplicito riferimento all’applicazione della VAS, la stessa viene applicata solo al 37% dei piani totali e prevalentemente nelle regioni del Nord.

Eliana Camporese