Da martedì 27 a Pisa, presso la biblioteca  ‘I Cappuccini’ del Convento in via dei Cappuccini 2b si terrà un ciclo di tre incontri dal titolo «Ciclo di incontri per gente comune. La riforma costituzionale in ‘parole povere’». Il primo si terrà martedì 27 alle 21,15 “l’ABC della Riforma. Proviamo a capirci qualcosa”, relatore il prof. Emanuele Rossi, costituzionalista della Scuola Sant’Anna di Pisa e autore tra gli altri del volume “Una Costituzione migliore? Contenuti e limiti della Riforma” pubblicato dalla Pisa University Press, 2016. Gli altri due, 5 e 21 ottobre stessa ora, sono dedicati rispettivamente alle ragioni del Sì “Anche sì!” col prof. Stefano Ceccanti docente di Diritto Costituzionale e Comparato della Sapienza di Roma, e a quelle del No “Anche no!” col prof. Roberto Romboli docente di diritto Costituzionale Università di Pisa. (Altre iniziative in provincia di Pisa sulla Riforma sono organizzati a Montopoli Val d’Arno il 6 ottobre in Sala Consiliare alle ore 16 e a Calci il 3 ottobre presso Teatro Valgraziosa alle 21,15)

L’evento è organizzato dall’Acli in collaborazione con altre associazioni del territorio.

TeleGalileo ha chiesto al prof. Rossi delle delucidazioni in anticipo sul tema della Riforma così come lo tratterà nella sua relazione del 27 settembre.

Professore, ci siamo. Sono mesi che si parla del referendum sulla riforma della nostra Costituzione e ormai pare non manchi molto. Gli italiani però si trovano in difficoltà perché ancora in molti (tra cui nostri lettori che hanno scritto) non hanno chiari i quesiti che si pongono loro per il voto. Insomma saranno chiamati a votare SI o NO su quali modifiche alla Carta?

I temi affrontati dalla riforma sono principalmente due. Il primo riguarda il sistema parlamentare, attualmente bicamerale: Senato e Camera dei deputati con pari funzioni, per questo ‘paritario’ secondo la Costituzione del ’48. La riforma prevede la modifica del Senato, sia in termini di funzioni che di composizione. In quest’ultimo caso perché i componenti, non più eletti dai cittadini, ma dai Consigli regionali,  dovrebbero rappresentare (nelle intenzioni) le autonomie territoriali. Si farebbe del Senato così una Camera delle rappresentanze territoriali. Sul piano delle funzioni, togliendo al Senato il rapporto di fiducia con il Governo e la partecipazione paritaria ad ogni procedimento legislativo. Qui gli obiettivi che si vogliono raggiungere, secondo i proponenti, sono: a) maggiore stabilità del Governo, dovendo questo rispondere soltanto alla maggioranza di una Camera e non di due; b) maggiore celerità del procedimento legislativo, avendo il Senato (nella maggioranza dei casi) soltanto un ruolo di proposta di eventuali modifiche ed essendo la decisione finale rimessa alla sola Camera; c) realizzazione di una Camera delle autonomie territoriali, dando a queste ultime la possibilità di partecipare direttamente all’elaborazione delle politiche statali.

L’altro grande tema affrontato dalla riforma è il Titolo V quello dedicato alle autonomie territoriali e già oggetto della riforma del 2001. Gli obiettivi di questa parte possono essere così sintetizzati: a) necessità di ridurre la conflittualità tra Stato e Regioni, eccessivamente cresciuta dopo la riforma del 2001; b) riaccentramento di molte competenze, trasferendole dalle Regioni allo Stato; c) semplificazione del quadro degli enti locali, eliminando dalla Costituzione la previsione delle province.

In sostanza depotenziamento del Senato e la Camera dei deputati sarebbe l’unica a dare la fiducia al Governo. Quali risvolti ci si può aspettare in questo senso con l’introduzione dell’Italicum che prevede il premio di maggioranza alla lista vincente, che al secondo turno superi la soglia del 40% dei voti validi, di un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta dei membri della camera ovvero 340 seggi su 630? Si può pensare ad un eccesso di peso all’esecutivo come molti temono?

Va detto intanto che la legge elettorale, ordinaria, che non fa parte della riforma costituzionale, è strettamente collegata alla stessa: essa infatti disciplina il sistema elettorale della sola Camera (nella prospettiva che il Senato non sia più eletto direttamente dai cittadini). Ma se al referendum prevalessero i No, quella legge dovrà necessariamente essere riscritta. Se invece la riforma passerà, il problema prospettato da alcuni è il “combinato disposto” tra riforma costituzionale e legge elettorale. Molti sostengono che limitare il rapporto di fiducia a una sola Camera, e al contempo stabilire che in quella Camera si formi una maggioranza forte legata a un solo partito possa produrre effetti perversi e pericolosi. Su questo tema è difficile esprimersi in poche parole, tuttavia va ricordato che una cosa è la riforma costituzionale, altro la legge elettorale.

Cosa succede con l’eliminazione del suffragio universale del Senato?

Se si vuole fare del Senato una Camera delle autonomie territoriali, come è negli obiettivi della riforma, è coerente che i componenti siano eletti dagli organi rappresentativi delle stesse autonomie. Il problema è altro, perché nel testo è scritto che questi senatori dovranno essere eletti dai Consigli regionali in modo proporzionale ed anche “in conformità alle scelte degli elettori”: quindi si cerca un compromesso che rischia di trasformarsi in un pasticcio. E poi, se i senatori devono rappresentare le autonomie territoriali, bisognerebbe che essi fossero vincolati alle decisioni delle regioni che li eleggono: ma così non sarà. Così pure è molto probabile che i senatori si sentano rappresentanti non tanto delle autonomie territoriali quanto piuttosto, e prevalentemente, del partito di appartenenza: il rischio che con questa riforma il Senato non diventi una “Camera delle autonomie” ma una Camera politica, sebbene eletta dai Consigli regionali, è molto forte. Per queste ragioni mi pare che il problema vero non sia nell’elettività diretta o indiretta dei senatori, ma nella coerenza tra obiettivo che si vuole realizzare e risultato che si dovrebbe produrre.

Quali altre modifiche “minori” apporterebbe la riforma alla Costituzione? 

A questi due oggetti principali, la riforma affianca altre modifiche alla Costituzione, che rispondono a finalità ed esigenze diverse: alcune possono essere ascritte alla voce “manutenzione della Costituzione” (ad esempio la previsione di limiti al ricorso ai decreti-legge); altre a necessità di adeguamento della Costituzione all’esperienza di questi anni (ad esempio l’abolizione del Cnel – consiglio nazionale dell’economia e del lavoro – o la riforma del referendum abrogativo); altre ancora ad esigenze emerse nell’ultimo periodo (in particolare, il ricorso preventivo alla Corte costituzionale sulla legge elettorale)

Molti avversano tale riforma sostenendo le molte inesattezze di ‘scrittura’ e le incongruenze, cosa ne pensa?

Nessuno nega che nel testo di riforma, come uscito dal Parlamento, vi siano molte inesattezze e contraddizioni: peraltro lo stesso Ministro ha ammesso che, se approvato, esso avrà bisogno di “aggiustamenti” (che non è chiaro come potranno essere realizzati). Come ben ha sintetizzato un autorevole costituzionalista, Enzo Cheli, se le finalità generali del progetto sono ben giustificate, bisogna anche riconoscere che nel disegno di legge vi sono “scelte viziate da veri e propri errori di sintassi costituzionale”. A ciò i sostenitori della riforma ribattono che anche l’attuale Costituzione, quando fu approvata, venne aspramente criticata da insigni giuristi per le sue carenze di formulazione: considerazione vera, ma che prova troppo. Non è detto infatti che se anche l’attuale testo fu criticato e poi ha dato buona prova di sé nella sua applicazione ciò garantisca che così avverrà anche con l’attuale: come è evidente, infatti, tutto ciò dipende dal tipo di “errori” e di contraddizioni. La mia impressione è che su alcune carenze della riforma possa rimediarsi in sede applicativa, ma alcune contraddizioni saranno difficilmente risolvibili, se non mediante un faticoso lavoro legislativo e giurisprudenziale