Eliana Camporese – Mantenere la biodiversità delle foreste significa risparmiare miliardi di dollari a favore dell’ecomiomia mondiale. Sono stati pubblicati lo scorso ottobre sulla rivista Science i risultati di uno studio internazionale condotto dalla West Virginia University – USA sull’ecosistema delle foreste, che ha visto l’importante contributo dell’Università di Firenze.
La pubblicazione, dal titolo Positive biodiversity-productivity relationship predominant in global forests dimostra che la riduzione della diversità di specie nelle foreste del mondo ha un costo economico.

I ricercatori di oltre 90 centri di ricerca hanno valutato tali costi da un minimo annuale di circa 160 miliardi, in caso di riduzione della diversità del 10%, fino a 500 miliardi di dollari nell’ipotesi in cui tutte le foreste miste dovessero essere convertite in monocolture.
Al contrario la ricchezza di specie vegetali diverse è necessaria per mantenere i prodotti e i servizi per le future generazioni, oltre ad essere importante per la conservazione delle foreste stesse.

Il professor Filippo Bussotti del Dipartimento di Scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente – Dispaa dell’Università di Firenze, che ha contribuito fornendo i risultati di aree di studio in Toscana, spiega che le foreste costituiscono gli ecosistemi più ricchi di diversità del pianeta e ospitano migliaia di specie di piante, animali e micro-organismi.

L’Intervista
Professore, qual è stato il contributo dei ricercatori toscani allo studio americano?
La nostra attività è iniziata nell’ambito di un progetto europeo FunDivEurope (7FP, Functional Significance of the Forest Diversity in Europe), in cui il nostro paese era impegnato insieme a Spagna, Germania, Polonia, Romania e Finlandia nel raccogliere informazioni sugli ecosistemi forestali. Il nostro ambito di studio sono state alcune aree all’interno delle Colline Metallifere; ci siano occupati di raccogliere e catalogare dati di diverso tipo relativi al ciclo vitale delle piante, alla copertura delle chiome, alle condizioni e stato di salute degli alberi, al loro accrescimento, alla diversità della flora erbacea, all’impatto della selvaggina. Durante queste attività abbiamo scoperto relazioni positive tra stato delle piante e mescolanza.

Come sono stati impiegati questi dati dalla West Virginia University?
Tutti i dati raccolti dai centri sparsi nel mondo – sono stati 44 i paesi partecipanti che rappresentano i più importanti ecosistemi forestali, da boreali a equatoriali – sono confluiti in un unico database, Global Forest Biodiversity Initiative. Da queste informazioni si è dimostrato che la perdita economica associata alla riduzione della diversità può arrivare a 500 miliardi di dollari all’anno nel mondo, più del doppio della spesa necessaria alla conservazione delle foreste.

C’è un reale pericolo di perdita della biodiversità di questi habitat?
In Italia e nella regione Mediterranea direi di no, la tradizione è quella di conservare le loro caratteristiche naturali di pluricolture boschi polispecifici. A livello globale però, negli ultimi decenni, si è affermata una certa tendenza ad andare verso le monocolture, soprattutto perché questo facilita l’estrazione di legname e l’utilizzo di macchinari appositamente dedicati. In realtà con il numero di specie aumenta anche la quantità di legname disponibile e utilizzabile; al declino della diversità corrisponde anche il declino della produttività.
Va inoltre evidenziato che sarebbe necessaria una maggiore selezione e formazione del personale che si occupa di queste attività, visto che non sempre viene riservata la giusta attenzione sulle specie di alberi da selezionare per l’estrazione del legname.

img_6618Quante persone sono state impiegate nel vostro progetto e qual è stata la durata?
Il progetto europeo, che oltre alla nostra Università ha coinvolto altri 28 Istituti, è durato cinque anni dal 2011 al 2015, e ha visto impegnati quattro esperti del nostro gruppo di ricerca, oltre ad alcuni studenti.

 

 

 

Da sinistra: Filippo Bussotti (Prof., responsabile del progetto), Federico Selvi (Prof., co-responsabile del progetto), Andrea Coppi (Dr., assegnista di ricerca all’epoca del progetto. Attualmente ricercatore presso il Dipartimento di Biologia), Elisa Carrari (Dr., dottoranda di ricerca all’epoca del progetto, attualmente assegnista presso il CNR), Martina Pollastrini (Dr., assegnista di ricerca all’epoca del progetto, attualmente ha un contratto con l’Istituto Mach di San Michele all’Adige), Matteo Feducci (Dr., collaboratore del progetto, attualmente assegnista presso il Dispaa)

In conclusione?
Lo studio, che ha permesso di raccogliere dati da 30 milioni di alberi e oltre 8.700 specie forestali, indica che la perdita di ricchezza di specie arboree, attraverso la deforestazione, la degradazione e i cambiamenti climatici, accelera il declino della produttività delle foreste nel mondo, con una riduzione sia dei benefici economici diretti che dei servizi ecosistemici che ne sono collegati.

Il prof. Filippo Bussotti, classe ’53, è fiorentino di nascita. Ha conseguito la laurea in Scienze Forestali presso l’Università degli Studi di Firenze nel 1978, dal 1990 è ricercatore e successivamente professore associato presso il Dipartimento di Biologia Vegetale della stessa Università. E’ docente di discipline botaniche nell’ambito di corsi di laurea della Facoltà d’Agraria di Firenze. Collabora con il programma nazionale Controllo Ecosistemi Forestali coordinato dal Corpo Forestale dello Stato nell’ambito di programmi e regolamenti europei. Ha pubblicato circa 100 lavori su riviste internazionali dotate di Impact Factor.

Eliana Camporese